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CASO THYSSENKRUPP: TRA DOLO EVENTUALE E COLPA COSCIENTE
S. Gennai, in Riv. EUTEKNE
EUTEKNE DOTTRINA - n.11 - 2014



CASO THYSSENKRUPP: TRA DOLO EVENTUALE E COLPA COSCIENTE  - Studio Legale Traversi - studio legale auto riciclaggio Firenze

CASO THYSSENKRUPP: TRA DOLO EVENTUALE E COLPA COSCIENTE
di Sara Gennai e Alessandro Traversi

Il caso in esame riguarda il noto e drammatico evento verificatosi, nel dicembre 2007, nello stabilimento torinese delle acciaierie  ThyssenKrupp, nel quale persero la vita sette dipendenti.
Emerse, all’epoca, un complessivo degrado dell’impianto, sostanzialmente dovuto alla decisione della Società di dismetterlo per trasferire gli impianti a Terni, con conseguente  cessazione degli investimenti per la sicurezza nella sede di Torino.
In particolare, furono rilevate significative carenze nella manutenzione e molteplici violazioni di misure antinfortunistiche, che contribuirono a determinare il devastante incendio che produsse il c.d. flash fire, vale a dire una nuvola incandescente di olio nebulizzato che si espande immediatamente, non lasciando scampo agli operai che ne vennero investiti.
Riguardo alla questione che qui interessa, l’amministratore delegato della Società fu accusato e condannato dalla Corte di Assise di Torino per omicidio volontario dei lavoratori (art. 575 cod. pen.), ritenendosi sussistente in capo allo stesso l’elemento soggettivo del dolo eventuale, in quanto, essendo a conoscenza delle condizioni di insicurezza dello stabilimento, non aveva attuato le doverose misure, decidendo di posticipare l’investimento antincendio ad epoca successiva al trasferimento degli impianti a Terni.
Nel successivo giudizio di appello, la sentenza venne parzialmente riformata dalla Corte di Assise di Appello di Torino la quale, diversamente, qualificò il fatto come omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente  (artt. 589, commi 1, 2, 3 e 61 n. 3 cod. pen.).
La “colpa cosciente” rappresenta una specifica ipotesi aggravata dei delitti colposi e si configura, secondo la previsione contenuta nell’art. 61, n. 3), del Codice penale nell’“avere agito nonostante la previsione dell’evento”. E’ l’espressione della colpa al suo massimo grado.
Avverso tale sentenza, presentò impugnazione il Procuratore Generale, insistendo perché la fattispecie venisse riconosciuta come dolosa e il ricorso, in considerazione delle esistenti divergenze giurisprudenziali sull’“individuazione della linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente”, tenuto conto dell’estrema importanza della questione e della necessità di un definitivo chiarimento, è stato assegnato alla Suprema Corte a  Sezioni Unite che, con sentenza n. 38343/14 del 24 aprile 2014, depositata in data 18 settembre 2014, ha infine posto un punto fermo sulla vexata quaestio, riconducendo la responsabilità dell’amministratore per la vicenda di cui trattasi nell’alveo della “colpa cosciente”, demolendo con lucide e puntuali argomentazioni l’originaria impostazione accusatoria propugnata dalla Procura torinese.
La pronuncia in oggetto riveste particolare interesse ed importanza non solo per le pienamente condivisibili conclusioni cui perviene, ma anche perché lo spinoso tema del discrimine tra dolo eventuale e colpa cosciente, che ha assunto rilievo preminente nel moderno diritto penale, viene affrontato e analizzato in maniera capillare, addirittura sviscerato nel suo excursus giurisprudenziale fin dall’origine, con approfondimenti dottrinari e richiami a collaterali nozioni scientifiche derivanti dalla psicologia cognitiva.
Tanto che i principi enunciati possono poi trovare applicazione in settori diversi da quello della sicurezza sul lavoro, estendendosi alla variegata materia della responsabilità colposa in ambito di attività lecite.
Venendo quindi ad esaminare, più dettagliatamente, l’argomento in questione, la corposa sentenza dedica ben 21 paragrafi alla tematica del “dolo eventuale o colpa cosciente”, affrontando in primo luogo, partitamente, l’analisi della prima sentenza e della sentenza d’appello.
La sentenza di primo grado.
Quanto alla sentenza di primo grado della Corte di Assise di Torino, si rileva che la stessa “richiama, condividendola, la giurisprudenza della Corte di cassazione che ha ravvisato nel dolo eventuale l'accettazione da parte dell'agente della concreta possibilità, intesa in termini di elevata probabilità, di realizzazione dell'evento accessorio allo scopo conseguito in via primaria. In quella giurisprudenza si afferma che l'agente pur non avendo avuto di mira un determinato accadimento, ha tuttavia agito anche a costo che questo si realizzasse, sicché lo stesso non può non considerarsi riferibile alla determinazione volitiva”, mentre “si versa invece nell'ambito della colpa cosciente, sempre alla stregua di tale giurisprudenza, quando l'agente abbia posto in essere la condotta nonostante la  rappresentazione dell'evento,  ma  ne abbia escluso la possibilità di realizzazione, non volendo né accettando il rischio che quel risultato si verifichi, nella convinzione o nella ragionevole speranza di poterlo evitare”, con la precisazione che, nel dolo eventuale, occorre anche “una deliberazione con la quale l'agente subordina consapevolmente un determinato bene ad un altro”.
Posta tale premessa teorica, i Giudici di primo grado, avevano rinvenuto nel comportamento dell’amministratore delegato la sussistenza degli indicati requisiti individuanti il dolo eventuale, in quanto, lo stesso, “aveva perfetta consapevolezza del fattori di rischio e dello stato di progressivo degrado dello stabilimento di Torino” e “dispose altresì deliberatamente l'accantonamento dei fondi antincendio esistenti”, di talché, essendo peraltro una persona “preparata”, “competente” e “scrupolosa”, “si rappresentò la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea APL5”e,tuttavia, “in vista degli interessi economici perseguiti dall'azienda”,omise“qualsiasi intervento di prevenzione antincendio così accettando il rischio dell'evento. Ciò a causa dell'azzeramento degli investimenti e degli interventi Indispensabili, nonché dell'azzeramento delle condizioni minime di sicurezza indispensabili”.Si concludeva, pertanto, che“l'imputato era ben consapevole delle implicazioni sottese alla scelta aziendale” e, “decidendo di non effettuare alcun intervento di prevenzione”, agì“anche a costo che si verificassero eventi drammatici”.
Infine, si è escluso che avesse una qualsiasi rilevanza l’atteggiamento psicologico dell’imputato, il quale confidava che nulla accadesse, ritenendosi che “la speranza”, per poter “limitare l'elemento soggettivo all'ambito della colpa cosciente, deve essere caratterizzata dalla ragionevolezza”, il che, a parere della Corte, non poteva riscontrarsi nella fattispecie.
La sentenza di appello.
Di contrario avviso fu invece la Corte di Assise di Appello, la quale reputò infondato il predetto assunto, evidenziando che “non è la previsione dell'evento bensì la volizione a differenziare il dolo eventuale dalla colpa cosciente” e che “l'accettazione del rischio non può avvenire per pura disattenzione, noncuranza o mero disinteresse, ma a seguito di un'opzione, di una deliberazione con la quale l'agente consapevolmente sceglie fra l'agire accettando l'eventualità di commettere l'azione vietata e il non agire” e che “in ogni caso l'accettazione e la volizione hanno come oggetto non il rischio di evento ma esattamente l'evento di reato”.
Censurando il giudizio di ritenuta irragionevolezza da parte dei primi giudici circa le giustificazioni offerte dall’amministratore imputato sulla speranza che non si verificassero gli eventi di reato, si afferma invece che “la ricostruzione della discussa fattispecie dolosa richiede di mettere a confronto l'obiettivo perseguito dall'agente con l'evento di danno non voluto ma previsto come possibile quale conseguenza della condotta. Ed è proprio questo tipo di comparazione tra obiettivo perseguito ed eventi dannosi a risolvere in maniera nettamente negativa la verifica ipotetica. Scopo delle condotte era un obiettivo di risparmio o meglio l'accantonamento di fondi in vista del trasferimento degli impianti in Terni, dove sarebbero stati riutilizzati. A tali obiettivi vanno giustapposti gli eventi di reato: essi sono tecnicamente disastrosi. I danni prevedibili in caso di verificazione dei reati per l'azienda sarebbero stati molteplici. Anche a voler accantonare le valutazioni di carattere morale connesse alla morte di dipendenti, rimangono danni di rilevantissima entità: la distruzione degli impianti, il blocco della produzione, il risarcimento dei danni per le morti, i danni all'immagine della società”.
Pertanto, secondo la Corte di Assise di Appello, doveva concludersi che il disastroso evento verificatosi non poteva in alcun modo ricondursi ad una previsione accettata dall’amministratore, ma andava collocato nell’ambito di una responsabilità colposa.
La sentenza delle Sezioni Unite.
La sentenza in commento, prendendo le mosse dalla nozione di dolo, passa in rassegna, esaustivamente, le teorie elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza, scendendo poi ad analizzare la specifica casistica sul dolo eventuale ed enucleando meticolosamente, da questa, gli elementi individuanti tale figura di dolo, verificandone infine la congruenza rispetto al caso di specie.
Il dolo. Parlando di dolo, il punto di partenza non può che essere la definizione contenuta nell’art. 43 del Codice penale (“Elemento psicologico del reato”), in base alla quale il delitto “è doloso o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione”.
Si tratta, come si vede, di una nozione complessa, nella quale vengono in gioco, da un lato, profili intellettivi o rappresentativi (l’evento deve essere “preveduto”) e, dall’altro, profili volitivi (l’evento deve essere “voluto”).
Il legislatore ha in tal modo coniugato le due tradizionali teorie sul dolo elaborate nel corso del tempo dalla dottrina, vale a dire la c.d. “teoria della rappresentazione” e la “teoria della volizione”, a seconda del valore preponderante attribuito all’una o all’altra delle suddette componenti soggettive.
Tradizionalmente, nel diritto penale, il dolo viene distinto in tre categorie, a seconda della maggiore o minore intensità della volontà: dolo intenzionale (quando si ha di mira proprio la realizzazione di quel determinato evento), dolo diretto (quando si compie volontariamente una certa azione, rappresentandosi con certezza o alta probabilità il realizzarsi del conseguente evento) e dolo eventuale.
Il dolo eventuale. Quest’ultima figura di dolo, che qui interessa, non è normativamente individuata, ma è frutto dell’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale e trova le sue radici nell’esigenza di punire fatti ritenuti antigiuridici e meritevoli della sanzione penale, in quanto determinati da una condotta criminosa, ancorché in via collaterale.
In particolare, si è argomentato che, se una persona si determina ad una certa condotta, malgrado la previsione che essa possa sfociare in un fatto di reato, ciò significa che accetta il rischio implicito del verificarsi dell'evento e, laddove avesse voluto sottrarsi a tale rischio, evidentemente non avrebbe agito. Con la conseguenza che, agendo comunque, accetta anche la verificazione di tale evento e, quindi, ne risponde.
Il rimprovero che viene mosso all’agente non è quello di essersi comportato con leggerezza, ma di avere volontariamente posto in essere una condotta, nonostante la concreta previsione di realizzare un illecito penale.
E’ proprio questa concretezza della previsione che contraddistingue il dolo eventuale, differenziandolo dalla colpa cosciente, nella quale, invece, manca l’elemento della rappresentazione concreta.
Al riguardo, si fanno gli esempi classici del giocoliere che lancia i coltelli verso un'altra persona, o dell'automobilista che guida a velocità eccessiva in una strada affollata: in entrambi i casi, infatti, vi è sì una previsione della possibilità di cagionare un evento dannoso, ma essa è accompagnata dalla convinzione che, confidando nell'abilità personale, tale pregiudizio non si verificherà. Tale convincimento nient'altro significa se non che l'agente ha escluso dalla propria coscienza la possibilità positiva che l'evento si verificasse.
In altri termini, come è stato sintetizzato da una parte della dottrina, la colpa cosciente si rivela caratterizzata dalla previsione negativa che un fatto di reato non si realizzerà, distinguendosi così dallo stato mentale di chi, rappresentatasi la possibilità di porre in essere una figura criminosa, non arrivi a superare questa posizione di dubbio.
Al contrario, quando l'agente ha accettato la possibilità dell'evento, sia pure come risultato accessorio rispetto allo scopo della sua condotta, si può affermare che esso è voluto e, quindi, si rientra nel dolo eventuale.
Secondo altra parte della dottrina, tesa a ricondurre la colpevolezza per accettazione del rischio nell’ambito del reato colposo, il dolo eventuale deve essere invece caratterizzato da qualcosa di più della semplice accettazione e identifica questo quid pluris nell’accettazione del rischio a seguito di un’opzione,  di una deliberazione con la quale l'agente consapevolmente subordina un determinato bene ad un altro. Vi deve essere, cioè, la chiara prospettazione di un fine da raggiungere, di un interesse da soddisfare che, in un giudizio di valutazione comparata degli interessi in gioco, risulta preminente su tutti gli altri. In presenza di tali condizioni, il risultato intenzionalmente perseguito trascina con sé l'evento collaterale, con la conseguenza che l'evento viene ad essere considerato come prezzo da pagare per il raggiungimento di un determinato risultato e, quindi, risulta addebitabile al soggetto a titolo di dolo eventuale.
Le varie teorie elaborate dalla dottrina, che abbiamo sopra brevemente illustrato, sono analiticamente passate in rassegna nella sentenza in commento, la quale, conclusivamente, estrapola due orientamenti di fondo: un primo indirizzo che privilegia “l'aspetto di scelta  personale,  il  profilo intellettuale, razionale che sorregge la decisione per l'azione, da tenere distinto dagli aspetti per così dire emozionali dell'atteggiamento interiore”, nel quale “assume rilievo il livello di oggettiva probabilità dell'evento”, di talché,“è la previsione del risultato possibile, accompagnata dalla scelta di agire ciò nonostante, che implica una scelta e quindi un atto di volontà che coinvolge l'evento”; un secondo indirizzo che, per evitare il rischio di una eccessiva astrazione, introduce un temperamento, “considerando anche il concreto atteggiamento soggettivo di fronte al verificarsi del risultato, cioè tentando di cogliere se vi fu realmente, nella contingente irripetibile particolarità del caso, quell'atteggiamento concreto di accettazione del risultato che contrassegna il dolo eventuale”.
La Suprema Corte, pur rilevando la problematicità dell’individuazione di un atteggiamento psichico, ritiene sostanzialmente più condivisibile tale secondo orientamento, raccomandando un “uso particolarmente cauto” dell’istituto del dolo eventuale, mettendo in luce “il pericolo di trasformare in dolo una responsabilità sostanzialmente colposa”.
La sentenza passa quindi ad enunciare le pregresse pronunce giurisprudenziali in materia di dolo eventuale/colpa cosciente, rinvenendo la ripetizione delle stesse argomentazioni e oscillazioni presenti in dottrina, tanto da concludere che le varie formule giurisprudenziali via via adottate “risultano scarsamente significative nella loro astrattezza”.
Come giustamente evidenziato dalla Suprema Corte, la tematica del dolo eventuale, più semplicisticamente trattata nel passato in relazione ai reati comuni e ai tradizionali “tipi di autore”, ha assunto attualmente una nuova connotazione e una primaria rilevanza in relazione alla commissione di reati nell’ambito di attività di base lecite, come la circolazione stradale, le relazioni sessuali, le attività imprenditoriali. Ciò ha comportato e comporta la necessità di un diverso e maggior approfondimento in ordine all’atteggiamento interiore, ai processi decisionali e alle motivazioni soggettive. Come si legge nella sentenza, sono comparsi nel processo penale “soggetti mai visti prima sulla scena del crimine doloso, tradizionalmente popolato da persone che impugnano una pistola e sparano ad un avversario”.
In ragione di ciò, sono stati enucleati alcuni particolari casi giurisprudenziali, sui quali la Suprema Corte si è specificamente soffermata.
La casistica giurisprudenziale. La prima fattispecie esaminata è quella  dello storico caso Oneda (Cass., Sez. I, 13 dicembre 1983, n. 667), che riguardava una bambina talassemica, bisognosa di trasfusione di sangue i cui genitori, avendo aderito alla fede religiosa dei testimoni di Geova, revocarono il consenso alle pratiche emotrasfusionali. Inizialmente fu imposta la cura in forma coatta ma, nel proseguo, a causa di problemi burocratici verificatisi all’interno della struttura sanitaria, le trasfusioni furono rallentate con esito letale per la piccola. Dopo una prima condanna da parte della Corte di merito, che ritenne responsabili i genitori a titolo di dolo eventuale, la Suprema Corte cassò la sentenza ritenendo di escludere tale elemento soggettivo dando preminente valore all’affidamento da parte dei genitori che, per effetto del trattamento coattivo, potessero essere comunque praticate le cure dovute.
La seconda situazione esaminata riguarda l’ambito delle relazioni sessuali e il contagio del virus HIV, in relazione a casi in cui il soggetto infettato non aveva avvertito il partner della propria sieropositività, cagionandone il contagio.
L’orientamento prevalente della Corte di Cassazione è stato quello di ritenere la responsabilità per il reato di lesioni personali gravissime a titolo di dolo eventuale.
In terzo luogo, viene trattato lo spinoso tema della guida spericolata o in stato di ubriachezza, cui sono seguiti eventi lesivi, terreno tipico della fattispecie colposa, in quanto connotata dalla palese violazione di regole cautelari, in piena aderenza al dettato dell’art. 43 cod. pen. che definisce il delitto “colposo”, quando “l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.
La questione ha trovato ampia eco anche sulla stampa, a causa dell’allarmante incremento di episodi di investimenti di innocenti passanti, con esiti spesso mortali, cagionati da pirati della strada sotto l’effetto dell’alcool o di sostanze stupefacenti.
La reazione a tale fenomeno è stata quella di cercare di  far rientrare la condotta del guidatore  nella sfera dei reati dolosi sotto il profilo del dolo eventuale.
Va però detto che la Suprema Corte ha privilegiato una interpretazione rigorosa, riconoscendo in via prevalente che fatti del genere siano qualificabili come omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento.
A nostro avviso l’assunto è pienamente condivisibile in quanto non può prescindersi dal fatto che il dolo eventuale è comunque una forma di dolo e che, a norma dell’art. 43 cod. pen., occorre pur sempre non soltanto la previsione, ma anche la volontà di cagionare l’evento.
Diversamente, come ben è stato enunciato in una recente pronuncia di legittimità, evidenziata anche dalle Sezioni Unite (Cass., Sez. IV, 24 marzo 2010, n. 11222) “si avrebbe la inaccettabile trasformazione di un reato di evento in reato di pericolo, con la estrema ed improponibile conclusione che ogni qualvolta il conducente di un autoveicolo attraversi col rosso una intersezione regolata da segnalazione semaforica, o non si fermi ad un segnale di stop, in una zona trafficata, risponderebbe, solo per questo, degli eventi lesivi eventualmente cagionati sempre a titolo di dolo eventuale, in virtù della violazione della regola cautelare e della conseguente situazione di pericolo scientemente posta in essere”.
Altra interessante e importante decisione, ampiamente riportata nella sentenza in commento, conferma la valenza prevalente che deve essere attribuita, nella scelta tra dolo eventuale e colpa cosciente, all’elemento della volontà, affermando che “il criterio distintivo tra dolo eventuale e colpa cosciente deve essere ricercato sul piano della volizione. Nel dolo eventuale il rischio deve essere accettato a seguito di una deliberazione con la quale si subordina consapevolmente un determinato bene ad un altro” e “non è quindi sufficiente la previsione della concreta possibilità di verificazione dell'evento lesivo, ma è indispensabile l'accettazione, sia pure in forma eventuale, del danno che costituisce il prezzo (eventuale) da pagare per il conseguimento di un determinato risultato”, di talché il giudice deve “attribuire rilievo centrale al momento dell’accertamento” ed “effettuare una penetrante indagine In ordine al fatto unitariamente inteso, alle sue probabilità di verificarsi, alla percezione soggettiva della probabilità, ai segni della percezione del rischio, ai dati obiettivi capaci di fornire una dimensione riconoscibile dei reali processi interiori e della loro proiezione finalistica” (Cass., Sez. I, 1 febbraio 2011, n. 10411).   
Infine, le Sezioni Unite affrontano anche il tema del “movente”, che ha assunto un ruolo determinante nel noto caso giudiziario di Marta Russo, la studentessa romana uccisa da un colpo di pistola esploso dalla finestra dell’istituto universitario.
In tale fattispecie, la Suprema Corte confermò la responsabilità dell’autore per omicidio colposo proprio muovendo dalla considerazione che non poteva ritenersi ragionevole che l’imputato avesse premuto il grilletto accettando il rischio di uccidere alla presenza di numerosi testimoni, essendo più plausibile la tesi che lo stesso non fosse consapevole di maneggiare un’arma carica, e che la maneggiò con imprudenza e imperizia. E, comunque, nell’incertezza tra le due possibili ipotesi, “opera il canone della scelta più favorevole all’imputato” (Corte d’Assise Roma, 13 settembre 1999, Scattone).
Da tale pronuncia è desumibile, pertanto, una regola di giudizio che può operare in tutti quei casi nei quali non vi sia certezza probatoria sull’esistenza del dolo eventuale, ma residuino dubbi sulla riconducibilità del fatto alla colpa cosciente ed è quella dell’applicazione del generale principio del favor rei.
Considerazioni conclusive delle Sezioni Unite. Il lunghissimo excursus sulla dottrina e giurisprudenza pregresse, non scevra di digressioni in campo filosofico e psicologico, denota la primaria importanza attribuita all’argomento dalla Suprema Corte, che ha voluto davvero mettere una pietra ferma sulla vexata quaestio del confine tra dolo intenzionale e colpa cosciente, affrontandola in maniera esaustiva, come si suol dire a 360 gradi.
La Corte sposa decisamente l’approccio volontaristico, più in linea e conforme al dettato normativo, troppo spesso forzato con interpretazioni estensive per seguire fini di politica criminale o venire incontro ad istanze giustizialiste del momento.
E afferma che “dolo e colpa sono forme di colpevolezza radicalmente diverse, per certi versi antitetiche. Alla luce di tale diversità va pure letta la distinzione di cui si discute. Si vuol dire che le due figure, il dolo eventuale e colpa cosciente, appartengono a due distinti universi e da tale radicale diversità delle categorie al cui interno si collocano traggono gli elementi che le caratterizzano e le distinguono (…):  la struttura della previsione è diversa; diverso è l'evento; diverso è lo scenario dell'agire umano; diverso infine è l'animus”, di talché deve essere recisamente respinto quell’orientamento, ricorrente nella giurisprudenza, che individua nella colpa cosciente una previsione seguita da una controprevisione, vale a dire una previsione negativa circa la verificazione dell’evento, mentre nel dolo eventuale vi sarebbe un dubbio irrisolto. Tale soluzione interpretativa, come si legge nella sentenza, svuoterebbe l’imputazione soggettiva di ogni reale contenuto volitivo riguardo al nesso tra condotta ed evento.
Infatti, ribadiscono le Sezioni Unite “nel dolo si è in presenza dell'agire umano ordinato, organizzato, finalistico”. Vi è “un processo intellettuale che, lungamente elaborato o subitaneamente sviluppatosi e concluso, sfocia pur sempre in una consapevole decisione che determina la condotta antigiuridica. (…) Il dolo esprime la più intensa adesione interiore al fatto, costituisce la forma fondamentale, generale ed originaria di colpevolezza; la più diretta contrapposizione all'imperativo della legge”. Ed è proprio questo che giustifica “un trattamento sanzionatorio ben più severo di quello riservato ai comportamenti meramente colposi”.
A ciò consegue che “nel dolo non può mancare la puntuale, chiara conoscenza di tutti gli elementi del fatto storico propri del modello legale descritto dalla norma incriminatrice” e, quindi, occorre “che l'evento oggetto della rappresentazione appartenga al mondo del reale, costituisca una prospettiva sufficientemente concreta, sia caratterizzato da un apprezzabile livello di probabilità. Solo in riferimento ad un evento così definito e tratteggiato si può istituire la relazione di adesione interiore che consente di configurare l'imputazione soggettiva”.
Ben diversa è la colpevolezza colposa, caratterizzata dalla violazione di regole cautelari cui consegue la produzione dell’evento lesivo.
In tal caso, “l'evento deve costituire concretizzazione del rischio che la cautela era chiamata a governare”, mentre dal punto di vista soggettivo “è sufficiente che la connessione tra la violazione delle prescrizioni recate delle norme cautelari e l'evento sia percepibile, riconoscibile dal soggetto chiamato a governare la situazione rischiosa”.
Nel caso della “colpa cosciente”, si verifica una situazione più definita, in quanto “la verificazione dell'illecito da prospettiva teorica diviene evenienza concretamente presente nella mente dell'agente”, il quale, “pur consapevole della concreta temperie rischiosa in atto, si astenga dalle condotte doverose volte a presidiare quel rischio”.
Si individua, pertanto, l’essenza della colpevolezza colposa con previsione dell’evento laddove “si è, consapevolmente, entro una situazione rischiosa e per trascuratezza, imperizia, insipienza, irragionevolezza o altra biasimevole ragione ci si astiene dall'agire doverosamente”, mentre quella della colpevolezza dolosa per dolo eventuale si rinviene “sulla positiva adesione” da parte dell’agente“all'evento collaterale che, ancor prima che accettato, è chiaramente rappresentato”.
La Suprema Corte demolisce fermamente la tesi che identifica il dolo eventuale con “l’accettazione del rischio”, tenacemente sostenuta dal Procuratore Generale nel proprio ricorso avverso la sentenza della Corte di Assise d’Appello di Torino,  affermando senza mezzi termini che tale espressione “è tra le più abusate, ambigue, non chiare, dell’armamentario concettuale e lessicale della materia in esame, utilizzata in giurisprudenza in forma retorica, quale espressione di maniera, per coprire le soluzioni più diverse”.
Non possiamo che apprezzare la presa di posizione del più autorevole Consesso, che ha ricordato a tutti gli operatori del diritto l’importanza basilare del rispetto del fondamentale principio di legalità, evitando pericolose derive.
E infatti, è lo stesso Codice penale a stabilire nel dolo “una essenziale relazione tra la volontà e la causazione dell’evento” ed è qui “il nucleo sacramentale dell’istituto”, mentre la mera accettazione del rischio sfugge alla componente volitiva e si colloca nell’alveo della colpa.
Come precisa il Collegio “trovarsi in una situazione di rischio, avere consapevolezza di tale contingenza e pur tuttavia regolarsi in modo malaccorto, trascurato, irrazionale, senza cautelare il pericolo, è tipico della colpa che, come si è visto, è malgoverno di una situazione di rischio e perciò costituisce un distinto atteggiamento colpevole, rimproverabile”.
La Suprema Corte non si limita ad un’enunciazione dogmatica, ma fornisce un elenco analitico degli elementi che il giudice deve specificamente prendere in considerazione per verificare la sussistenza del dolo, che la Corte definisce come “indicatori del dolo eventuale”.
Tra i principali, vengono specificamente menzionati: la lontananza dalla condotta standard; la personalità, la storia e le precedenti esperienze del soggetto; la durata e la ripetizione della condotta; la condotta successiva al fatto; il fine della condotta, la sua motivazione di fondo; la probabilità di verificazione dell’evento, non però considerata in astratto, ma dal punto di vista dello specifico soggetto; le conseguenze negative o lesive anche per l’agente in caso di verificazione dell’evento; il contesto lecito o illecito nel quale si verifica il fatto-reato; il grado di razionalità della scelta sottesa alla condotta; il giudizio controfattuale, in base al quale è possibile ritenere, alla stregua delle concrete acquisizioni probatorie, che l’agente non si sarebbe astenuto dalla condotta illecita neppure se avesse avuto contezza della sicura verificazione dell’evento.
Il catalogo degli indizi per individuare il dolo eventuale è comunque aperto e va attagliato alla singola concreta fattispecie.
La Suprema Corte richiama a una speciale cautela, che deve essere sempre adottata per esprimere un giudizio di colpevolezza per dolo eventuale, evidenziando che  “il tema dell'accertamento del dolo eventuale mette in campo la figura del giudice” e che“questi potrà affrontare un'indagine tanto delicata e difficile come quella cui si è sin qui fatto cenno solo se abbia matura consapevolezza del proprio ruolo di professionista della decisione; e sia determinato a coltivare ed esercitare i talenti che tale ruolo richiedono: assiduo impegno a ricercare, con le parti, i fatti fin nei più minuti dettagli; e ad analizzarli, soprattutto, con un atteggiamento di disinteresse, cioè di purezza intellettuale che consenta di accogliere, accettare senza pregiudizi il senso delle cose; di rifuggire da interpretazioni precostituite, di maniera; di vagliare e ponderare tutte le acquisizioni con equanimità”.
Venendo dunque ad applicare i principi espressi e le regole enucleate, le Sezioni Unite, nella vicenda Thyssen, conferma quindi la sussistenza di una responsabilità dell’amministratore delegato a titolo di colpa cosciente, quale riconosciuta nella sentenza di appello, affermando la correttezza dell’assunto che il dolo eventuale “implica non la semplice accettazione di una situazione rischiosa ma l'accettazione di un definito evento” e che, inoltre,  “l'idea di accettazione dell'evento trova il suo presupposto in una valutazione che mette in conto, dopo appropriata ponderazione, l'evento medesimo come eventuale prezzo da pagare”.
E’ questa – come si legge nella sentenza che si commenta – “la corretta chiave di lettura per escludere recisamente il dolo eventuale e collocare la vicenda nella sede naturale: quella della colpa cosciente”.

 







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